I DISTURBI ALIMENTARI

I disturbi del comportamento alimentare (DCA) o disturbi della nutrizione e dell’alimentazione, comprendono tutte quelle problematiche psicologiche che riguardano il rapporto tra la persona e il cibo.

Si tratta di disturbi presenti maggiormente nei paesi industrializzati piuttosto che in quelli in via di sviluppo: ci riguardano molto da vicino purtroppo.

In Italia coloro che sono affetti da tali patologie superano i 3 milioni di persone di cui 2,3 milioni sono adolescenti.

Sono disturbi che si caratterizzano per la presenza di alterazioni del comportamento alimentare con un conseguente danno per la salute fisica e/o per il funzionamento psicologico e sociale della persona che ne soffre.

L’età d’insorgenza è generalmente tra i 12 e 25 anni, con il picco maggiore tra i 14 e 17 anni, anche se negli ultimi anni sono stati registrati casi più precoci e più tardivi: si sono osservati casi di disturbi alimentari in pazienti molto giovani (addirittura bambini di sette/otto anni) e in donne nel periodo della menopausa.Tuttavia la fascia di popolazione più colpita è costituita da adolescenti di sesso femminile.

I disturbi alimentari più comuni sono

ANORESSIA

BULIMIA

OBESITA’

DISTURBO DELL’ALIMENTAZIONE INCONTROLLATA

Chi soffre di disturbi alimentari può presentare alcuni di questi comportamenti: diminuzione dell’assunzione di cibo, digiuno, crisi bulimiche (ingerire una notevole quantità di cibo in un breve lasso di tempo), vomito per controllare il peso, utilizzo di farmaci anoressizzanti, lassativi o diuretici per controllare il peso, intensa attività fisica, assunzione eccessiva di cibo.

La messa in atto di alcuni di questi comportamenti tuttavia non comporta necessariamente la presenza di un disturbo alimentare, infatti, solo riferendosi a professionisti e con l’utilizzo di criteri diagnostici ben precisi è possibile decretare la presenza di un disturbo alimentare.

D’altra parte molte persone che soffrono di disturbi alimentari possono apparire come sane mentre in realtà sono molto malate.

Gli aspetti più difficili e più critici sono appunto il riconoscimento del disturbo e la volontà da parte di chi ne soffre di sottoporsi a cure adeguate. Spesso chi soffre di disturbi alimentari ha un atteggiamento di negazione del problema.

I disturbi alimentari sono, infatti, assimilabili alle dipendenze: pensiero ossessivo nella sostanza, in questo caso il cibo, difficoltà nel riconoscere di avere un problema, dipendenza fisica dalla sostanza che nel caso dei disturbi alimentari si può intendere il cibo (come nel caso dell’alimentazione incontrollata) o i comportamenti legati al controllo del peso (per esempio l’attività fisica).

La differenza fondamentale rispetto alle dipendenze da droghe o alcol sta nel fatto che in caso di disturbi alimentari non può essere richiesta l’astinenza (come invece avviene nel processo di cura per le tossicodipendenze o l’alcolismo), dato che del cibo non possiamo farne a meno.

Riconoscere di avere un problema è un buon inizio anche perché porta al chiedere aiuto.

Si ritiene inoltre spesso necessario il sostegno e la partecipazione della famiglia, che deve essere coinvolta se non addirittura usata come risorsa nel processo di cura del o della paziente.

Il coinvolgimento familiare è di aiuto sia per coloro che soffrono del disturbo alimentare che per gli operatori. La famiglia può essere davvero una grande alleata nel processo di guarigione del paziente.

Inoltre è bene ricordare che il disturbo alimentare non è appannaggio esclusivo della persona che ne soffre, ma esprime un disagio che tocca tutti i membri della famiglia.

Ad esempio l’organizzazione domestica in queste famiglie sovente ruota quasi esclusivamente intorno al cibo: dall’acquisto (si possono trascorrere anche ore al supermercato per la scelta degli alimenti più idonei secondo i criteri del/della paziente) alla sua preparazione, alla disposizione nella cucina. La famiglia viene poi coinvolta profondamente da gravi preoccupazioni e dalla difficoltà di interagire con chi soffre di disturbi alimentari, il cui tasso di nervosismo è di solito più alto del normale.

I pazienti che soffrono di queste patologie inoltre spesso presentano anche disturbi psichici legati all’ansia e alla depressione; disturbi che non passano inosservati in famiglia.

Da un punto di vista biologico un corpo malnutrito, inteso nel senso rigido del termine: nutrito male ovvero nutrito troppo o troppo poco o ancora nutrito in modo sbagliato, soffre e tale sofferenza può manifestarsi in vari modi, con disfunzioni organiche fino a gravi complicanze mediche che possono arrivare alla morte.

Si riscontrano tra i sintomi iniziali più comuni, per citarne alcuni relativi a anoressia e bulimia, l’alterazione o la perdita del ciclo mestruale (che è uno dei primi campanelli dall’allarme) la caduta dei capelli, stanchezza, insonnia, aumento della peluria, alterazioni dentali, intolleranza al freddo. Se il disturbo alimentare persiste si passa a complicanze più gravi come osteoporosi, danni gastrici, danni intestinali, danni renali. Tutto il corpo ne risente.

Per quanto riguarda i disturbi alimentari legati all’accumulo di peso i sintomi più comuni sono acne, affanno, difficoltà nel movimento, alterazioni del ciclo mestruale, apnee notturne, aterosclerosi precoce. E le complicazioni possono essere svariate: ipertensione, diabete fino alle temutissime malattie cardiovascolari (in Italia la prima causa di morte).

Ma i problemi non sono solo a livello fisico.

Da un punto di vista del comportamento il disturbo alimentare può rendere difficile l’aspetto sociale nella vita di chi ne soffre. Si tenderanno ad escludere i momenti di aggregazione che spesso sono legati alla convivialità a tavola, si declineranno inviti ad aperitivi o cene fino al ritiro sociale con relativi sentimenti di vergogna, di disagio e di esclusione.

Anche altre attività sociali in cui il corpo diventa protagonista vengono evitate o comunque percepite in modo estremamente negativo. L’andare in spiaggia o in piscina viene vissuto come intollerabile e quindi si può arrivare persino alla rinuncia.

Da un punto di vista psicologico chi soffre di disturbi alimentari parte da una condizione di fragilità che viene in qualche modo accentuata dalla realtà in cui viviamo. Il mondo dei paesi industrializzati, il nostro mondo, è un mondo complicato dove la performance, l’apparenza, l’aspetto fisico giocano un ruolo estremamente importante.

Anche i social incrementano questo bisogno (sia per piacere, sia per necessità) di far vedere chi e come siamo, mettendo da parte l’essenza e facendo maggior riferimento all’apparenza.

La spinta positiva e legittima ad avere un corpo snello, atletico, un corpo in salute viene talvolta travisata in una corsa volta al rispecchiare certi canoni di bellezza e di magrezza.

E le differenze individuali, soprattutto quelle fisiche quindi, non sono interpretate come una ricchezza, come un’affermazione della propria particolarità ed unicità ma talvolta sono vissute come difetti, come diversità che portano a sentimenti di esclusione.

Il bisogno di omologazione nell’era di Facebook e Instagram mal si accompagna alle diversità naturali e normali di ognuno di noi.

E quindi cosa succede a chi non si sente all’altezza, a chi non crede di essere sufficientemente bello, sufficientemente interessante, sufficientemente piacevole?

Chi soffre di disturbi alimentari spesso riferisce di provare sentimenti di inadeguatezza e di vergogna su tutti i fronti, in particolar modo per quanto riguarda il proprio corpo. Il corpo poi acquista un’importanza eccessiva, soprattutto nelle patologie anoressiche e dall’altra parte si perde la capacità di percepire se stessi in modo obiettivo.

E allora si può arrivare a mettere in atto comportamenti tipici dei disturbi alimentari: tentativi talora estremi di tenere sotto controllo il peso oppure, all’opposto arrendersi di fronte all’incapacità di reggere il confronto. Mi riferisco in questo caso a disturbi quali l’obesità in cui si può tentare di coprire con il cibo quei sentimenti di timore legati al paragonarsi con l’Altro.

Inoltre le difficoltà a livello sociale sopra citate hanno chiaramente una ricaduta sul piano psichico del paziente: la vergogna, il non sentirsi adeguato, il non essere all’altezza della situazione, la bassa autostima da una parte rappresentano il terreno fertile per un disturbo alimentare ma dall’altra sono sentimenti che vanno a incrementare disturbi di ansia e depressione che spesso accompagnano chi è affetto da queste patologie.

La visione, il vissuto di chi soffre e di chi sta loro accanto è una spirale dolorosa, un circolo vizioso dal quale sembra impossibile poter uscire. Tipici sono i sentimenti di impotenza e di arrendevolezza.

Invece uscirne è possibile, si può!

Certo serve impegno e partecipazione e bisogna rivolgersi a personale competente. Da soli non ci si può fare.

Gli addetti ai lavori conoscono profondamente quanto sia necessario il lavoro di rete. L’approccio deve essere integrato e interdisciplinare, garantito da una attenzione costante alla rete fra risorse e servizi e da equipe multiprofessionale composta da: medici (endocrinologi, psichiatri, ginecologi), psicologi, nutrizionisti.  Come abbiamo visto i disturbi alimentari sono patologie estremamente complesse e vanno considerate e curate sotto vari punti di vista. Il dialogo costante tra le varie figure permette di offrire un percorso di cura completo e dettagliato. Pazienti e familiari sentono la presa in carico da parte del gruppo, poiché anche la semplice percezione che tante persone sono coinvolte ed interessate al loro benessere ha un potere curativo.

L’assetto multidisciplinare e una diagnosi precoce, sono fattori prognostici positivi per la guarigione. Se si ha un dubbio è possibile rivolgersi ai medici di base o alle strutture che si occupano di disturbi alimentari. Il reperire informazioni, evitando così di nascondere la testa sotto la sabbia e di far finta che non ci sia il problema, sono i primi passi necessari per affrontare i percorso di Cura.

Dott.ssa BENEDETTA MOSCHITTA

PSICOLOGA